Coproduzione *Festival *Troia *Teatro - Città di Troia

VILLON - il Romanzo del Peto del Diavolo
uno spettacolo di Andrea Saggiomo
con Gaëlle Cavalieri, Antonio Laurenti,
Andrea Saggiomo
spazi, film e regia di Andrea Saggiomo
musiche di Carmine Onorati


NOTE SUL PROGETTO
* Dentro l’oscurità dell’opera di François Villon (datata fra il 1454 ed il 1461) si disegna, come in una sorta
di montaggio drammatico della parola e del canto, un’odissea bassa di tono, scornata e tuttavia capace di riso e di intenerimento. Un’odissea senza un eroe, con un caso al posto di un esempio, quella
di chiunque si senta al di sotto della situazione,
ben lontano dalla perfetta coscienza di ciò che accade. Villon, povero piccolo scolaro di trent’anni, condannato all’impiccagione come ladro e assassino
e successivamente graziato, cade giù dalla forca
e parla, attraendo dentro la sua parola la voce
e l’immagine di tutto quanto lo circonda: donne giovani ed anziane, prostitute e dame, re, signori cortesi, accattoni e criminali, cani e porci.
Parla fino a scomparire in un gorgo di voci e suoni,
di parole e immagini che affollano lo spazio
della sua solitudine, la sua Festa della Forca.
La sua parola è un gesto vocale, è una voce
che emerge confusamente da rumori e parole,
una voce che lega il proprio senso al gesto
che la accompagna. Una voce che si fa immagine.Villon non fu un poeta. Egli era erede
di vecchi canti in cui erano conservati storie e ricordi. Ogni canto modulava i suoi gesti senza poter distinguere il corpo dalla voce, in una parola globale,
il cui significato non era affidato al suo significante. Non soltanto. Esso era nel movimento del suono,
del segno e del gesto e nelle loro infinite risonanze spaziali, semantiche, etimologiche, gestuali;
era nelle mille sovrapposizioni e scavallamenti
di senso e di dominio dell'esperienza viva.
Villon li ereditò e conservò nel segno scritto
la loro voce. Il suo testamento testimoniò il ritmo
del canto e del dire: ogni parola fu prima suono, ripetizione, tono, quantità. Ogni parola fu suono
e il suono immagine. Villon lasciò che le immagini
e i suoni non si identificassero, li lasciò paralleli
a recitare i gesti di chi li aveva cantati, li lasciò paralleli a tentare la propria unità di senso
in una combinazione quantitativa, una musica.

* La nostra scena proverà a sperimentare tali possibilità: intendiamo recuperare alla scena tutto
il polisemismo della realtà vissuta, la coalescenza, contiguità e contaminazione di elementi e linguaggi diversi che si articolano parallelamente in un sistema di incastri ritmici multipli. Per fare questo spezziamo
il cerchio della linearità drammaturgica,
la smembriamo nei suoi elementi di base: rumore, voce, corpo, movimento, immagine, e cerchiamo
in ognuno di essi uno sviluppo autonomo che ne esalti
la polisemia e la globalità del gesto.
Ogni presenza sulla scena, oggetto o persona,
è un segno, un ritmo specifico e, assieme,
una possibilità di collasso della scena.
Ogni corpo è un rumore di fondo. Ogni voce risuona
di e con quel rumore. Lo stesso vale per la proiezione, la luce ed il suono. In questo modo la scena,
come l’esperienza, si articola e disarticola continuamente delle presenze che ne aprono
e richiudono lo spazio ed il tempo.
Tutti questi elementi nei loro autonomi sviluppi
si sovrappongono e sviluppano in parallelo fra loro
sul tempo della scena non secondo
una drammaturgia lineare ma nella forma
di una composizione eterofonica, secondo le forme
del pastiche linguistico.

* Al centro campeggia un uomo di trent'anni, pende dall'alto impiccato: sotto di lui un mucchio circolare
di sale di un diametro di circa due metri; l'uomo cade giù dalla forca e quel mucchio di sale costituisce tutto il suo spazio d'azione; sopra di lui, su un cerchio
di tessuto bianco dello stesso diametro, scorrono
in parallelo immagini proiettate da pellicola super8 secondo un percorso allo stesso tempo estraneo
e concomitante rispetto a quello della scena.
Attorno al cerchio di sale si dispongono macchine
di illuminazione, proiezione, riproduzione e diffusione. Sono esposte alla vista come altrettanti reperti o resti di una società che macina il suo tempo, e che il mare del tempo abbia riportato ai margini di questa piccola spiaggia di sale. Due figure, un uomo ed una donna, si aggirano fra queste macerie, le mettono in funzione, illuminano, colorano, fanno risuonare la scena
come in una spirale, un gorgo attorno al corpo dell’uomo che sta al centro.
La prima persona singolare del Testamento allora
si smarrisce, si mette in ascolto e si traveste delle sembianze vocali e gestuali del mondo
che la circonda. Il piano dell’enunciazione si distanzia da quello dell’enunciato, è la scena nella sua interezza e differenza interna a parlare. Il primo io fittizio
del testatore, ancora provvisto di un’identità anagrafica scimmiottante l’ufficialità, diviene alla fine una terza persona, un altro da sé, una maschera grottesca. Trascina gli altri e sé stesso in un unico gioco,
quello della scena che riacquista allora la sua piena facoltà di dire tutto (chi muore può dir quel che vuole), di sostituire cioè la libera verità della propria menzogna alle false verità imposte dal mondo:
è il gioco del tutto informale della scomparsa,
la variegata voluttà del distruggere, del cancellare,
del cancellarsi.

NOTA SULLA COMPAGNIA
* Attorno ad un’idea artistica di Andrea Saggiomo,
la compagnia si è formata presso il centro DAMM-ZoneMultiple di Napoli nel 2007.
Nell’ottobre 2007 ha vinto il concorso Nuove Sensibilità con lo spettacolo CANTI DI MALDOROR, prodotto poi dal Nuovo Teatro Nuovo di Napoli
e presentato a Napoli nel Marzo 2008 e ad Andria, Cagliari, Macerata e Milano nell’estate e autunno 2008. Nel 2009 ha vinto il concorso Cantieri teatrali
per Fabbrica Europa 09 con il progetto I FIORI D’ARANCIO di cui ha presentato studi a Fabbrica Europa 09 – Firenze, a Napoli all’interno di E45 – Napoli Fringe Festival e (con il titolo “Una legione
di piccoli fiori bianchi...”) a Scandicci (FI) all’interno dello Zoom Festival del Teatro Studio di Scandicci.
Lo spettacolo è stato presentato nella sua forma definitiva a Prato - Officina Giovani nel Febbraio 2010, al Teatro Era di Pontedera nel Marzo 2010 e al teatro Palladium di Roma per la rassegna Teatri di Vetro4.