*la presentazione dei progetto finalisti del concorso saranno presentati nelle giorni 4-5-6 agosto presso Palazzo D’Avalos alle ore 21.00 e 23.00

DENTRO
tratto dal testo inedito “Teste di Donna” di Edoardo Rossi Di Fratta.
FRANCESCO BONOMO
regia Franesco Bonomo
interpreti Caterina Bertone, Antonella Britti, Federica Marchettini.
musiche originali Massimiliano Bonomo
grafica video Alessandra Roveda
regia video F&M
immagini di scena Pino le Pera
allestimento scenico F&M
costumi Sartoria Farani, Roma.
riprese video Renzo Angelillo

Futuro. Dopo la morte, una fabbrica di corpi. Siamo nel reparto femminile. Tre teste di donna, tre età, tre storie sospese nell’intervallo tra la fine di una vita e l’incognita della successiva. Le scorgiamo in fila con il proprio numero, in attesa di conoscere il loro destino, di sapere cosa Dio, il Caso o le azioni umane stabiliranno per il loro avvenire. I tre universi femminili si rivelano gradualmente attraverso scambi comico-grotteschi, conflitti generazionali, insoddisfazioni e speranze. In un’atmosfera beckettiana le realtà si confondono e si intrecciano fino allo svelamento della loro più intima natura.

DIALOGHI IMMAGINARI AMOROSI
CINEFABRICA
di e con Nadia Casamassima e Andrea Santantonio
video Luca Acito
tecnico audio e luci Enrico Ruggieri
Protagonisti sono un Lui e una Lei che non si sono mai incontrati. Si incontrano le loro esistenze passate, future o soltanto immaginate. Ogni volta è un nuovo incontro, qualcosa rimane dall'incontro passato, ma loro non ricordano perfettamente. Come in un sogno, tra casualità e fatalità, le loro anime si chiamano, si riconoscono e infine sono costrette ad abbandonarsi. In pochi attimi sono infinitamente vicini ed infinitamente distanti. Ad un prologo iniziale “Una donna amava un uomo che non aveva mai incontrato” seguono cinque “Dialoghi immaginari amorosi”, cinque differenti modalità d'incontro: “Il primo incontro”, “L'appuntamento” “L'attesa” “La finta morte” “Ritorno” Poche parole simili a poesie attraversano i personaggi. Ai corpi reali di Lui e Lei si aggiungono altri corpi immaginari, proiezioni.

SENZA TITOLO
di e con GIULIO COSTA
Un teatro che riparte dall’ABC, dalle nozioni di base, dalle origini della materia, dall’elementare osservazione di un essere umano che agisce. Sul palcoscenico un possibile scenario futuro, frutto di una graduale perdita del sapere e di un pressappochismo inesorabile (come il tempo che passa). Frasi che si accavallano, punti di vista che si negano, un incessante costruire e distruggere forme che - nella loro simultaneità - vogliono esprimere l’odierna difficoltà a definire la realtà. Senza titolo è un racconto che rivela, con le parole, i progressi dell’umanità e, con i fatti, la natura volubile e involontariamente comica dell’essere umano. Senza Titolo è una lezione scolastica. L’insegnante entra, allestisce la cattedra e fa partire il cronometro. “Abbiamo poco tempo, ma… dobbiamo fare tutto”: con questa frase prende vita una lezione onnicomprensiva, fatta di materie e argomenti che si affastellano disordinatamente gli uni sugli altri in base a rapporti strampalati o addirittura privi di senso. La mancanza del titolo diviene emblematica di una lezione e una scuola che vanno giorno dopo giorno perdendo il senso della propria esistenza. Gli spazi dell’economia scolastica si fanno sempre più ristretti e infine risulta che la scuola è rimasta chiusa fuori da se stessa. Un prototipo di lezione destrutturata, esplosa in particelle difficilmente ricomponibili perché si è dimenticata la combinazione, perché si è dimenticato che la cultura e l’istruzione dovrebbero avere respiro più largo e che non possono essere rinchiuse in piccoli contenitori a tenuta stagna. Senza titolo è il primo spettacolo di un POLITTICO - manufatti artigiani dal vivo - incentrato sul lavoro dell’uomo: la dislocazione di un mestiere concreto all’interno del palcoscenico e l’esasperazione della pratica lavorativa (per rientrare nei tempi della messa in scena) hanno lo scopo di palesare il triste declino delle attività artigianali, sempre più costrette a competere con il virtuale che avanza e a subire le riforme e le regole di produzione del presente. Protagonisti sono lo sguardo e l’ascolto del pubblico a cui si chiede di ‘fare esperienza’ o, meglio, di vedere e interpretare un’immagine annacquata da una visione abitudinaria.

DES ESPERA
GESTART
regia Maria Södermark
interprete Anna Ripoll
testo (bilingue: spagnolo e italiano) Anna Ripoll
costumi, scenografe e attrezzi Compagnia Gestart
disegno luci Maria Södermark
tecnico Danilo Agutoli
fotografa Jordi Artigas

creato nel Programma di Residenza Artistica del Centre Cultural Les Corts, Barcelona 2011 con il supporto di MOVEO

La Compagnia Gestart presenta un assolo di teatro fisico e movimento che esplora l' immensa gamma di possibilità che disvela una semplice azione come 'aspettare'. Des è una ragazza che ogni giorno alla stessa ora va alla stazione per incontrarsi con… e aspetta. Chi, non lo sappiamo, ma mentre aspetta possono succedere molte cose, tutto ciò che la sua stessa esistenza genera. L' attesa di solito è lunga, ma mai vuota, e apparentemente aspettare è più che una singola azione, del resto 'aspettare' e 'disperare' sono parole che si assomigliano molto… e ogni piccola differenza racchiude un mondo, in cui si mescolano tutti gli ingredienti contraddittori che stanno nella ricetta della speranza. Quello che Des non sa, è quali sono i limiti del suo senno e come dominarlo, ma neppure vuole nasconderlo o evitarlo. Lei è la vittima indifesa delle sue passioni, dei suoi sogni, delle sue speranze. Sono le sue reazioni più umane a condurla in un vortice di stati d' animo a cui si arrende senza accorgersene. Des ci mostra come i suoi obiettivi diventano le sue ossessioni, per poi trasformarsi nelle sue più folli abitudini.

NI(TI)DO
opera_di_polvere
idea sara catellani
creazione e danza sara catellani/francesca pellanda
musiche simone ferrari/aa. vv.
video francesco domenico d’auria
set Design opera_di_polvere
residenze cimd, milano (IT)
Con NI(TI)DO, opera_di_polvere intende proseguire la proprio ricerca sulla complessità della femminilità nel tempo contemporaneo, concentrandosi, con la nuova produzione, su dubbi, speranze e paradossi connessi con la costruzione del nido. ‘Nido’ come luogo fisico e luogo dell’anima, nato da una delimitazione spaziale dai margini vaghi, continuamente contrattabili e ritrattabili. Linee tracciate con determinazione, intorno a spazi conquistati a fatica. In una società e in un tempo che elargiscono mobilità, benessere percepito e tecnologizzazione, ma negano con violenza qualsiasi tipo di progettualità a medio e lungo termine, l’investimento sulla creazione di un Luogo è ambizione e minaccia al tempo stesso. Partendo da una ricerca a ritroso sui giochi dell’infanzia (esperiti personalmente o scoperti tramite interviste e confronti con donne di altre generazioni), le due interpreti, arrivate alla soglia dell’adultità, si chiedono che significato possano avere oggi i simboli racchiusi in quelle attività ludiche, di tipo prettamente teatrale, che le bambine mettono in scena con gioia quando si tratta di giocare al loro futuro. Cosa significa oggi, per una giovane donna, crearsi uno spazio sicuro? (Perché delle lumache ho il terrore, mentre le chicciole mi fanno simpatia?) Le case di bambola, con i loro colori sgargianti, divengono palle al piede, ma allo stesso tempo si rivelano essere consolatorie compagne di viaggio. Esse tengono il piede della danzatrice ben radicato a terra. Ricordano la necessità di un perno su cui poggiare la nostra libertà di esperienza e di ricerca. Ogni luogo è buono per illudersi che sia Casa... Zanzariere sospese diventano il surrogato della tenda in giardino dell’ infanzia, rispondono al voyeuristico bisogno di essere sempre osservabili, connessi col mondo. Diventano schermi su cui proiettare scene del caldo bel focolare o visionari stop motion del giocattolo-nido e della sua irruenza. All’interno delle zanzariere, intanto, accade altro... La sfida è di sovrastimolare l’occhio dello spettatore, imponendogli di scegliere, in questa scena, quale realtà sul nido vuole vedere. Quella proiettata o quella vissuta. Presupponendo che entrambe sono vere, in quanto entrambe possibili, e potenzialmente coesistenti. Una ragnatela di fili rossi attraversa il setting, creando un reticolo tridimensionale diverso ad ogni performance. Solo attraversandolo, strisciandovi in mezzo, appostandovi all’interno di esso come marines, elaborando tattiche di sopravvivenza, scontrandosi ed incontrandosi, le due anti-bambole scopriranno che le fautrici di quel labirinto condiviso, altro non sono che loro stesse, e dall’altre lato, l’agognata casetta dai colori pastello. Ancora una volta, spogliato di tutto, è il corpo che diventa Il Luogo. L’unico luogo davvero posseduto e possedibile. Mutante e risituabile. Nido mobile e autentico in uno spazio scenico composto da sterili bozzoli, involucri di volta in volta vissuti poi abbandonati. Surrogati ingannevoli di quel nido che da piccole qualcuno ci aveva promesso.

LA SMARRITA
La bimba avanza smarrita come nel bosco oscuro...
e cammina cammina.
Da “La ballata di Cappuccetto Rosso” di Federico Garcia Lorca
TEATRI 19
Partitura vocale scritta da Anna Teotti su improvvisazione di Valeria Battaini
Interpretato da Valeria Battaini
Scena e Regia Anna Teotti
Nascosta sotto un mucchio di vecchie stoffe e cartacce vive la vecchia Cappuccetto Rosso. La sua voce è flebile e delicata, allegra e bambina. Lei è la vecchia che sa raccontare le storie, la sua storia. Gli spettatori avvolti da piccoli suoni, pause, scricchiolii di carte, soffi, piccole melodie ascoltano il racconto della bambina sperduta nel bosco. La storia di un mito, la bimba che non cresce mai, che si perde nella selva e subisce le angherie della natura: fiori, muschi, roveri, tutti bramano il suo sguardo ingenuo. Solo l'acqua del ruscello la condurrà sino in paradiso, il luogo in cui Cappuccetto Rosso vuole andare per vedere se effettivamente la Madonna ha i capelli biondi come dice la nonna. Lì, accompagnata da San Francesco (altra anima bambina), visiterà i Santi, verrà trafitta dalla freccia di Cupido che la vuole ardente d'amore, in fine sarà salvata dalla Madonna e vedrà la propria ferita rimarginarsi. La bambina ritornerà nel bosco che è la sua casa, il luogo dove per eccellenza ci si sente smarriti e si temono brutti o meravigliosi incontri, il luogo dell'infanzia, dove la poesia sopravvive. Mentre la storia tiene attenti, con l’orecchio vigile, pronto a percepire ogni piccolo suono, ecco che la vecchia svela il suo mondo: ”il paradiso”, fatto di piccole magie. Conduce gli spettatori a vedere la bellezza che sta sotto le cose, quella che si deve cercare così come si fa con i ricordi d'infanzia, quando i giochi erano fatti con oggetti semplici trasformati dalla fantasia. La vecchia togliendo gli strati che la coprono, che la nascondono, si trasforma in una giovane donna bambina che svela la sua purezza. Un processo al contrario, per scoprire il cuore delle cose, la loro semplice bellezza, a prima vista invisibile o impolverata. Perché la bellezza vera è così: più la guardi e più la riconosci ed è per questo che diventa viva.