Niente panico* *vaneggiamenti di un patafisico involontario

1B

di Luca Avagliano

collaborazione alla messa in scena Daniela Marra

luci di Marco Santambrogio

scena di Eva Sgro’

la canzone “Filumè” è stata musicata da Michele Maione

residenza, sostegno organizzativo Simone Martini per Kanterstrasse (Terranuova B.ni – AR)

ospitalità per la residenza torinese Piattaforma Co.H (Torino)

Un monologo comico e disperato, intimo e interagente, folle e al contempo tenero e umanissimo sotto il segno di un logico nonsenso, e, involontariamente, della patafisica… la scienza delle soluzioni immaginarie. Mirella, la protagonista, piomba nella consapevolezza di vivere in un presente apparentemente senza ormai futuro, dove è facile sentirsi smarriti. Si approfondisce come funzioni l’amore. Da una parte vi è lei sempre seriosa, dall’altra lui infantile e giocoso. Opposti che si attraggono. Nell’inerzia e reclusione domestica un normalissimo essere umano, indossando il suo comodo pigiama, innesca un vorticoso susseguirsi di riflessioni, confessioni alla ricerca di come sia arrivato ad avere paura di tutto e tutti. Un incontenibile flusso d’incoscienza che spazia dalla poesia al catechismo, scienza, saggezza popolare, psicanalisi, equitazione, amore e… alieni, forse unica via d’uscita e salvezza, anche se, forse, basterebbe poco per accorgersi di non essere così soli nell’universo.

Il monologo che uscirà dalla bocca dello strano personaggio in scena, un omuncolo in pigiama immerso in una condizione tale da non riuscire neppure a presentarsi col suo nome perché, in fondo, in questo disorientamento, non ha importanza neanche quello, si invilupperà proprio e soprattutto sull’interrogarsi a proposito dei sentimenti, del sentire: Come funziona l’amore? E come smette di funzionare? Per aggiustarlo esistono i pezzi di ricambio? E’ lui il pezzo sostituito, abbandonato? Ecco che il senso di smarrimento dovuto da questo abbandono produce la sensazione di assoluta inutilità, di vivere in un presente senza ormai futuro, in cui non ha più senso adoperarsi o provare a darsi da fare. Sul palco, il pigiama del protagonista diventa quindi l’alibi per poter continuare a sognare a occhi aperti, unico modo per affrontare l’inedia, evitando il contatto con una realtà troppo difficile da gestire e con il resto dell’umanità fonte di mille paure; lo stesso contatto, però, di cui soffre terribilmente la mancanza e che, in questo stato di stramba alienazione, sente di poter instaurare solo con gli alieni, gli unici che forse potrebbero capirlo.

IN SCENA GIOVEDI’ 4 AGOSTO – ORE 21:30 – CORTILE PALAZZO VESCOVILE